I collages eleganti e femminili di Nicola Kloosterman

Mese: Novembre 2020

Nicola Kloosterman, (Johannesburg1976), lavora col collage, ritagliando vecchi giornali, tessuti e foto vintage. Affronta il tema dell’invisibilità della donna alla quale sceglie di affiancare elementi naturali, paesaggi e composizioni di fiori (le ultime ispirate al concetto giapponese di ikebana). Taglia e scompone il soggetto legandolo ai concetti di fragilità e di bellezza. Rimonta i pezzi ricollocando il punto focale, trovando nuovi equilibri, spostando l’asse, il fulcro, dando così vita a nuovi racconti, mai svelati del tutto, dall’estetica elegante e raffinata.


La natura minimale e poetica nello sguardo di Arha

Mese: Novembre 2020

Aver scoperto il fotografo giapponese Arha, nella giungla del web, è stato come ricevere una carezza. Dopo aver letto la sua biografia, poi, non potevo che innamorarmi di lui. Su M’arte non poteva mancare.

arha = ah. When we moved, when we feel, when reminded something. We mutter ‘ah’

La delicatezza del suo sguardo si esprime in una fotografia minimale, monocroma, quasi trasparente. Una natura fragile, una composizione che come un haiku narra, in forma di poesia, l’essenziale. Mi regala quell’emozione delicata che quando mi attraversa mi fa esclamare: “Ah! esiste, eccola”, proprio come il suo nome ce lo(la) ricorda. ‘Ah’.

Grazie Arha per questa gentile tua arte!

site web: arha.jp


Design is a God Idea! L'Emigre di Zuzana Licko

Mese: Novembre 2020

Icona indiscutibile del font type e del graphic design, fonda col marito Rudy VanderLans nel 1984, la società di design Emigre Graphics. Da questa la famosa rivista autoprodotta Emigre,
nota per aver adottato i primi layout digitali sperimentando l’uso del Macintosh. Sul magazine la pubblicazione anche della casa di font, Emigre Type Font, uno dei primissimi caratteri tipografici digitali, che riscuote subito successo, ma anche critiche da parte dei più conservatori perchè rompe con la grafica tradizionale. Emigre va avanti e riceve, nel 1997, il più alto riconoscimento a cui poteva aspirare: la medaglia d’oro dell’American Institute of Graphic Arts. Facendo un balzo fino al 2011, cinque caratteri tipografici digitali della Emigre Type Library sono stati acquisiti dal MoMA di New York per la loro collezione di design e architettura. Applausi e gratudine!
https://www.emigre.com/


La carnalità (s)travolgente nelle “Symbiosis” di RiK Garret

Mese: Novembre 2020

Le fotografie di Rik Garret trasmettono una forza primordiale, travolgente e stravolgente, magnetica, tale che mi hanno provocato quasi un colpo al cuore. Due corpi, che tramite l’applicazione del colore acrilico direttamente sulla fotografia, divengono corpo unico. Dalla materia del colore, alla materia della natura umana. L’istinto primordiale dell’amore, della passione smodata, senza limiti. Una carnalità che basta a scuotere gli animi. La simbiosi perfetta, e non importa che sia generata dall’amore o dall’atto sessuale, perchè la forza è tale da renderla emozione unica. I corpi appaiono quasi chiusi nella loro intimità, i visi spariti avvolti nella loro sfera privata. Prevale la carne, la materia, …è quasi un toccarsi l’anima.


La natura aurea di Michele Guido

Mese: Novembre 2020

“La geometria non è la scienza della figura, ma la scienza dello spazio. Fare geometria significa studiare lo spazio. Lo spazio è come una struttura, un ordine di situazioni, dove per situazioni s’intende una relazione tra oggetti. Un punto non è altro che un oggetto, e la relazione tra un punto ed un altro, non è altro che la distanza tra punti”.
G. W. Von Leibniz

E’ difficile scrivere di Michele Guido senza avere l’ orgoglio e l’ammirazione di chi lo ha visto in qualche modo “formarsi”. Eravamo compagni di classe alla Scuola d’arte, oltre che amici, e Michele aveva sempre avuto, fin da allora, una sensibilità smisurata oltre che una notevole capacità di “esecuzione perfetta”. La materia in cui spiccava si chiamava “plastica”, sviluppo di oggetti e forme in 2d, poi realizzati in 3d col cartoncino. La sua precisione rendeva i lavori quasi alieni, così perfetti che non sembravano realizzati dalle mani di un umano. E il suo percorso di studi e ricerca, i traguardi raggiunti oggi, che lo vedono artista maturo e apprezzato, hanno confermato la sua predisposizione, la sua passione, la sua delicata intuizione nell’osservare la natura, studiandola accuratamente, per poi frammentarla in forme geometriche, a volte dilatando lo spazio e innescando plurime possibilità di intervento, (la trasformazione dello stesso da tridimensionale a bidimensionale e viceversa, per esempio), seguendo regole auree. Nulla al caso, anche gli elementi naturali hanno ordine, regole e schemi. Li seziona, li studia, li destruttura e li ridà alla natura stessa sotto forma di opera d’arte. Natura e architettura si sposano in un dialogo costante, che le avvicina e le fa vivere in armonica e poetica simbiosi, seppur su piani visuali differenti. Scienza, sensibilità, precisione, genio. Rinascimento e canoni classici, natura e architettura, spazio reale e spazio immaginato, al servizio di fotografia, scultura e disegno e dell’intelletto acuto di Michele Guido. Osservo le sue opere e sorrido con profonda ammirazione, mirando le Divinae Proportioni.

 

Michele Guido _biografia

Michele Guido (Aradeo, Le – 1976); vive e lavora a Milano.
Nel 1997 si trasferisce a Milano per studiare presso l’AABB di Brera, si diploma nel 2002 e dopo frequenta il master in Landscape Design; durante gli studi, nel 1999 viene selezionato per una residenza/studio presso il Centro T.A.M. diretto da Eliseo Mattiacci. Dal 2001 al 2007, ha uno studio presso la Casa degli Artisti di Milano, dove organizza con J. de Sanna e H. Nagasawa: “Discussione Aperta: il Concetto di MA”, che nel mondo orientale indica un passaggio, un intervallo di spazio-tempo. Questi elementi incidono in modo decisivo sulla genesi del suo lavoro; da qui deriva la sezione degli elementi vegetali, la stratificazione del disegno per ricavare l’elemento modulare che appartiene all’impianto genetico delle piante.
Le indagini multidisciplinari si sviluppano con progetti più complessi denominati “garden project” basati sulle analogie formali fra il mondo vegetale e la ricerca scientifica, l’origine geografica delle piante ed il rapporto con la cultura di quei luoghi, la biodiversità, ecc.
I suoi progetti sono stati esposti in diversi luoghi pubblici e privati: Fond. Biscozzi-Rimbaud, Lecce | PAV Parco Arte Vivente, Torino | Palazzo Oneto, Palermo, Manifesta12 collateral | Palazzo Borromeo, Milano | Fond. Merz, Torino, Meteorite in Giardino 10 | ZonaMacoSur, Città del Messico | Palazzo Comi, Gagliano del Capo (Le) | Museo Camusac, Cassino | FAR, Rimini, Biennale del disegno | Museo Carlo Zauli | Museo MIC Faenza | Lia Rumma Gallery, Napoli | Fond. Plart, Napoli | Accademia di San Luca, Roma. Tra le personali nella Z2O Sara Zanin Gallery di Roma il tesoro di atreo garden project _2015 insieme a Hidetoshi Nagasawa.
I premi più significativi: Anna Morettini Prize | Premio Rotary Brera Christian Marinotti | Premio per la Scultura dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro | Tra le residenze: Work, Casa degli Artisti, Milano | Grand tour en Italie, M12 collateral | Umana Natura con H. Nagasawa | Made in Filandia.

instagram: @micheleguido_


L’alchimista di foto vintage

Mese: Novembre 2020

Non sbaglia un taglio l’artista giapponese Kensuke Koike, che sugli interventi al cuore la sa lunga, preciso e geniale chirurgo della carta.
Scienza e alchimia, creatività e precisione tecnica, esplodono nella sua opera di destrutturazione della sacralità della fotografia di ritratto. Vecchie foto recuperate ai mercatini o riesumate dalle scatole in soffitta, “operate” al cuore, per rinascere.
Un mago che fa sparire un “pezzo di foto”, con la tecnica del collage, per farlo ricomparire in una nuova forma, posizione, natura. La vecchia foto diviene contemporanea e ha tutta un’altra storia da raccontare. L’alchimista, che sa bene trasformare il metallo in oro.
Il collage è il vecchio mezzo che “giustifica” il raggiungimento di un fine contemporaneo, nobile e prezioso.


Simboli e archeologia nei viaggi magnifici di Guido Volpi

Mese: Novembre 2020

Ho avuto l’onore di conoscere personalmente Guido Volpi a Bologna. Stavo lavorando alla grafica per il festival “Baum, *spazi *universi *esplorazioni”, e sua era l’illustrazione che accompagnava tutta la comunicazione della rassegna. Un astronauta di spalle a osservare uno scenario urbano che rappresentava la Bolognina, quartiere popolare e multietnico, nel quale si svolgeva il festival. Guido è molto gentile e disponibile e lavora in maniera accurata, seria e metodica. Era il 2018, e da allora, seguii quell’astronauta che mi accompagnò in tutti i viaggi artistici di Guido. Proverò a spiegare cosa mi trasmette il suo lavoro.

La ricerca artistica di Guido Volpi parte da una Natura antica. È un ritorno, sacro, rituale e prezioso, alle origini. Come un archeologo egli scava nella storia, ricerca simboli, tradizioni e manufatti di antiche popolazioni, ma non cataloga, ripulisce dalla polvere e li ridà alla luce, a una seconda nuova vita, in racconti intrecciati col presente, così da creare, con lo stesso, un dialogo.
Tolta la patina di polvere, resta ben visibile il tratto, (i suoi lavori sono principalmente a inchiostro) primordiale, pieno di forza, essenziale.
Un viaggio affascinante che dal disegno e da quella archeologia parte, per poi perdersi in fantasie oniriche, immagini sospese tra sogno e realtà, tra passato e presente.
Nel quadrittico de “La battaglia mai avvenuta”, percepiamo il sogno (lo stravolgimento delle proporzioni), i rimandi al mondo orientale, custoditi da un suo viaggio in Thailandia, documentati dalla presenza di tigri, da un serpente gigante, dall’architettura di uno strano “tuk tuk”… e poi ci sono scimmie, mostri, grifoni strappati alla mitologia classica. Tutti questi elementi si mescolano nella narrazione di una guerra di fantasia, ambientata chissà in quale mondo e in quale epoca e chissà su quale pianeta.
È questa la forza che avverto nelle opere di Volpi: il potere di trasportarmi in un viaggio immaginario, che sposa Oriente e Occidente, raccogliendo souvenir preziosi da portarmi dietro come ricordo del percorso magnifico, primitivo, magico e potente.

*Guido Volpi è nato a Siena nel 1982, si è laureato all’ Accademia Belle Arti di Bologna.
Il suo atelier è a Bologna.
Le tecniche principali sono il disegno, l’installazione, il tatuaggio. Ha pubblicato cinque libri.
Tra le principali collaborazioni: nel 2012 lavora per la domenica di Repubblica ; disegna le locandine del tour 2014 di Vasco Brondi “Le luci della centrale elettrica”; nel 2015 ha lavorato con il critico d’arte John Berger ad un libro su Bologna; nel 2017 in Svizzera, insieme all’artista Liliana Salone ha progettato e costruito un’installazione di 10 metri di lunghezza, 4 di larghezza e 4 in altezza, ARKA project, su cui è stato fatto un libro.

www.guidovolpi.com


La metafisica sensuale ed elegante nella fotografia di Jonas Bjerre-Poulsen

Mese: Novembre 2020

L’architetto, art director e fotografo danese Jonas Bjerre-Poulsen la sa lunga sulla composizione dell’immagine e sull’estetica visiva. La sua fotografia è elegante, minimale, sensuale. Un b/n audace e affascinante, una metafisica sospesa tra poesia e realtà. Una ricerca sottile, tra gli oggetti quotidiani, la natura, l’ambiente che si vive, di significati metaforici, per astrarre l’oggetto/soggetto dalla realtà, così come egli stesso afferma:

“A sphere is a timelessshape, it appeals to people regardless of cultural preferences”

Composizioni perfette costruite sapientemente con le regole dell’architettura qui applicata all’immagine. Un lavoro ineccepibile, un’eleganza morbida, una riflessione sulle forme che le rende racconto, fatto di poche linee in perfetto equilibrio, e per questo potente, un racconto che è sintesi perfetta dell’anima.


La scultura iperrealista di Giovanni Da Monreale è necessaria.

Mese: Novembre 2020

Una mattina uscendo da casa, fui colpita da questa sagoma di bambino, fuori la scuola adiacente casa mia, immobile, appoggiato al muro, con lo sguardo fisso sul suo videogioco, che teneva nelle mani rigide, come un corpo morto e congelato, col cappuccio della felpa sulla testa. Sobbalzai impaurita, come quando qualcuno ti spaventa alle spalle. Che ci fa un bambino là, solo, immobile, rigido?
Passando davanti scoprii che era una statua. Rimasi a fissarla scossa e pensierosa. Una scultura che aveva reso, in reazione provocata, il grande e grave effetto, dato dall’uso smodato della tecnologia sui bambini.
La statua scultura, installazione site specific, si chiamava Otto, rappresentava un bambino di 8 anni, immerso e gelato dal trasporto digitale. Donata dall’artista Giovanni Da Monreale, alle scuole Federzoni, site in via Antonio Di Vincenzo 11 a Bologna, per sensibilizzare al tema.

In quel periodo, era il 2017, lavoravo a una mia ricerca per il magazine ZoomOnfashionTrends, dal titolo “Anonymous”.
“Otto” di Giovanni Da Monreale, corrispondeva esattamente a quello che stavo cercando e sintetizzava, in forma di statua, il tema da me affrontato. Entità anonime, inglobate, inghiottite dalla rete, nulla e dissolvimento, corpo come sagoma vacante, totale annullamento dell’identità. Sculture che rappresentano bambini e ragazzi, in scala 1:1, immersi nel loro videogiochi o smartphone. Contattai subito Giovanni e ci incontrammo a Bologna, proprio davanti allo sguardo vitreo di Otto. Giovanni è una persona cordiale e disponibile, semplice, gentile, oltre che un grande artista/scultore dalla sensibilità sopraffina e dall’acuta intelligenza.
Mi parlò dei suoi progetti, delle statue imbrattate (successe anche a Otto), del grande lavoro che faceva per tornare a ripulirle con fatica e dedizione, del suo tour in varie città d’Italia per installare le sue sculture in vetroresina o cemento, davanti alle fermate degli autobus, alle scuole, nei parchi. Poi un invito nel suo laboratorio in Toscana, a Pietrasanta (Lucca), per farmi conoscere tutto il processo creativo e di lavorazione, una gita che spero di poter fare in un tempo non troppo lontano. Un lavoro straordinario. Un iperrealismo che scuote, che con inganno ottico, costringe il passante prima alla sosta, poi all’osservazione e infine alla riflessione.
Il lavoro di Giovanni mi ricorda quello di Mark Jenkins, americano, classe 1970, anch’esso urban artist contemporaneo di grande impatto. Entrambi vogliono “coinvolgere” e “destabilizzare”, farci aprire gli occhi per permetterci di mettere ordine tra reale e irreale, strappandoci all’indifferenza, urlando col silenzio di una statua o di un’installazione. E come potrei non provare profonda ammirazione per un’arte che scuote gli animi, che interviene e si insinua nel tessuto urbano per dare un messaggio sociale, necessario.

http://www.giovannidamonreale.com/


La serie "Lovers" di Jarek Puczel, inno all'amore profondo

Mese: Novembre 2020

Anima e corpo fusi senza lasciare spazio a dettagli inutili. Una forza sconvolgente che viene fuori da sagome quasi astratte, delineate da pochi tratti, pochi colori, sospesi, senza ambientazione. E’ un momento intimo, psicologico. E’ tutto all’interno, non serve far vedere altro perchè chi osserva l’opera ne viene comunque travolto. Un bacio appassionato che fonde i due corpi in un unico corpo e pennellate che quasi “proteggono” la forza di questo atto intimo e personale. Inno all’amore profondo.