La scultura iperrealista di Giovanni Da Monreale è necessaria.

Una mattina uscendo da casa, fui colpita da questa sagoma di bambino, fuori la scuola adiacente casa mia, immobile, appoggiato al muro, con lo sguardo fisso sul suo videogioco, che teneva nelle mani rigide, come un corpo morto e congelato, col cappuccio della felpa sulla testa. Sobbalzai impaurita, come quando qualcuno ti spaventa alle spalle. Che ci fa un bambino là, solo, immobile, rigido?
Passando davanti scoprii che era una statua. Rimasi a fissarla scossa e pensierosa. Una scultura che aveva reso, in reazione provocata, il grande e grave effetto, dato dall’uso smodato della tecnologia sui bambini.
La statua scultura, installazione site specific, si chiamava Otto, rappresentava un bambino di 8 anni, immerso e gelato dal trasporto digitale. Donata dall’artista Giovanni Da Monreale, alle scuole Federzoni, site in via Antonio Di Vincenzo 11 a Bologna, per sensibilizzare al tema.

In quel periodo, era il 2017, lavoravo a una mia ricerca per il magazine ZoomOnfashionTrends, dal titolo “Anonymous”.
“Otto” di Giovanni Da Monreale, corrispondeva esattamente a quello che stavo cercando e sintetizzava, in forma di statua, il tema da me affrontato. Entità anonime, inglobate, inghiottite dalla rete, nulla e dissolvimento, corpo come sagoma vacante, totale annullamento dell’identità. Sculture che rappresentano bambini e ragazzi, in scala 1:1, immersi nel loro videogiochi o smartphone. Contattai subito Giovanni e ci incontrammo a Bologna, proprio davanti allo sguardo vitreo di Otto. Giovanni è una persona cordiale e disponibile, semplice, gentile, oltre che un grande artista/scultore dalla sensibilità sopraffina e dall’acuta intelligenza.
Mi parlò dei suoi progetti, delle statue imbrattate (successe anche a Otto), del grande lavoro che faceva per tornare a ripulirle con fatica e dedizione, del suo tour in varie città d’Italia per installare le sue sculture in vetroresina o cemento, davanti alle fermate degli autobus, alle scuole, nei parchi. Poi un invito nel suo laboratorio in Toscana, a Pietrasanta (Lucca), per farmi conoscere tutto il processo creativo e di lavorazione, una gita che spero di poter fare in un tempo non troppo lontano. Un lavoro straordinario. Un iperrealismo che scuote, che con inganno ottico, costringe il passante prima alla sosta, poi all’osservazione e infine alla riflessione.
Il lavoro di Giovanni mi ricorda quello di Mark Jenkins, americano, classe 1970, anch’esso urban artist contemporaneo di grande impatto. Entrambi vogliono “coinvolgere” e “destabilizzare”, farci aprire gli occhi per permetterci di mettere ordine tra reale e irreale, strappandoci all’indifferenza, urlando col silenzio di una statua o di un’installazione. E come potrei non provare profonda ammirazione per un’arte che scuote gli animi, che interviene e si insinua nel tessuto urbano per dare un messaggio sociale, necessario.

http://www.giovannidamonreale.com/