La fotografia di Coralie Maneri restituisce bellezza e memoria

Fotografare, al giorno d’oggi, può significare tutto, ma deve avere un significato personale, per non diventare una semplice azione meccanica che scaturisce dal proprio vanitoso egocentrismo.

Nel momento in cui diventi parte di qualcosa di universale e sei presente, crei una restituzione in quanto la bellezza si trova in piccoli preziosi momenti che non hanno parole, ma vivono nel loro istante. La verità che riusciamo a vivere, diventa autentica ed è sacra. A volte parla..a volte no e va solo guardata.

Coralie Maneri, fotografa.

A 20 anni parte da sola per il Sud America, con in spalla uno zaino di 8kg e la sua macchina fotografica e visita otto paesi nell’arco di tempo di sei mesi. Il viaggio, la scoperta, il rapporto con la gente del luogo, la rapiscono e la fotografia diviene il mezzo di “ascolto” col luogo, con le persone, la natura, l’ambiente e le storie che la circondano. Nel 2007 prende parte a un progetto in Etiopia per documentare l’apertura di alcuni pozzi nella regione di Gambella, al confine col Sudan, tramite la Fondazione Butterfly onlus. Allora, non sapeva che sarebbe ritornata in Etiopia altre venti volte. L’ultima, per un progetto personale: un book fotografico che documentasse la sua esperienza e la forza di quel luogo. 

E quella forza la vediamo tutta nella fotografia di Coralie, nella profondità degli sguardi di chi è davanti all’obiettivo, catturati da Coralie con un magnetismo che rapisce l’osservatore, una forza che dalla pellicola arriva direttamente all’anima. 

Questo mi ha colpito del suo lavoro. Immagini che sembrano studiate a tavolino e che invece nascono dall’ingegno di un occhio attento e sensibile, che sa vedere oltre e che riesce a documentare la realtà catturandola in un equilibrio compositivo perfetto, magnetico, potente.

Alcune brevi domande a questa grande artista.

Coralie, è proprio dai tuoi viaggi che vorrei cominciare…
Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare sin da bambina, esplorando territori lontani dai soliti luoghi comuni. Viaggiare significa per me “capacità di meravigliarsi”; sosteneva Matisse: “Occorre guardare tutta la vita con gli occhi di un bambino”.

Credo che nel viaggio si celi un grande potenziale, che permette di superare molte barriere della comunicazione e al contempo consente di ampliare la propria percezione stimolando i nostri impulsi creativi. Il viaggio è sempre stato per me qualcosa di speciale per cui vale la pena fare dei sacrifici.

Quale è per te la regola principale
Credo che per compiere un qualsiasi viaggio, sia necessario entrare in una “condizione” di apertura, che viene senza dubbio amplificata se si viaggia soli, perché si impara a guardare ed ascoltare il mondo circostante in modo diverso, sicuramente più inteso, veritiero e presente.

Il momento in cui decidi di scattare…
Nelle mie fotografie non esiste mai la messa in scena; tutto è esattamente come l’ho trovato, altrimenti non scatto. Non amo alterare la realtà, perché mi piace trovare e ricercare scenari che considero perfetti, quasi come un gioco, cercando di rendere la mia presenza in piena armonia con il mio soggetto.

Cosa c’è oltre la fotografia?
La fotografia rappresenta per me anche “memoria”. Ho il bisogno di documentare e archiviare, come fosse una necessità esistenziale, forse anche quasi una patologia, ma una spinta emotiva radicata profondamente dentro di me da sempre. Semplicemente la fotografia è un mio strumento.

Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l´universo è pari al suo smisurato appetito.
Com´è grande il mondo al lume delle lampade!
Com´è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!

Charles Baudelaire (A Maxime Du Camp)

La tua Etiopia…
Di seguito l’introduzione del libro fotografico “La mia Etiopia”, dove Coralie parla del progetto, dei suoi viaggi, di scoperte, bellezza e meraviglia.

 

LA MIA ETIOPIA (2012-2020) –  Coralie Maneri

Da diversi anni, l’Etiopia ed in particolar modo la regione del Tigray, sono entrate a far parte della mia vita. Grazie al mio lavoro nell’ambito della cooperazione internazionale, ho la possibilità di condividere, attraverso la fotografia, attimi di vita lontani anni luce dalla nostra realtà occidentale. In questi territori di guerra, di confine e migrazione, estremamente poveri, mi sento come un fantasma di passaggio che osserva la quotidianità rurale di questa cultura, attento e pronto ad immortalare persone che verrebbero altrimenti dimenticate. 

Le donne sono il motore e la forza di un Paese che fa ancora fatica a prendere atto del loro valore. Osservo questo popolo che dà l’impressione di essere rassegnato a vivere la propria quotidianità, consapevole di non avere molte scelte, contrariamente a quello che possiamo fare noi che viviamo in culture ben più distanti di sei ore di volo.

Mi emoziona il trovarmi in questi luoghi, dove sento la vera poesia nascere da un rapporto di accoglienza e condivisone che mi consente, per un istante, proprio come nella frazione di secondo di uno scatto fotografico, di potere diventare parte di uno stesso insieme; Il mio desiderio di scattare foto ha infatti origine nell’emozione intensa che provo in quei momenti.

L’anno scorso, facendo un servizio fotografico ad una donna di nome Lettebhran, sono stata sempre al suo fianco, dalla mattina alla sera, seguendola ogni giorno fino alla fonte d’acqua più vicina. Vive in una casa, ovviamente priva di acqua ed elettricità, fatta di fango e sterco, circondata da muretti a secco; con i pochi spicci che riceve dal marito, mantiene 5 figlie, qualche animale, e si consente un pasto di carne una volta all’anno, dimostrando una forza d’animo che lascia spaesati. Alla fine del mio reportage le ho regalato due galline, pensando così di arricchire la loro dieta, fatta di injera e latte, anche se in quella zona, le galline si ammalino e muoiano facilmente. 

Mesi dopo, tornata in Tigray, l’ho ritrovata lungo il ciglio della strada che portava al suo villaggio sperduto tra le montagne. Era lì da ore ad aspettarmi, avendo saputo che sarei transitata in quella zona. Tra le sue braccia reggeva delicatamente un sacchetto di carta con le uova delle mie galline. Mi ha ringraziato per le fotografie della sua famiglia che ero riuscita a farle pervenire, in quanto per lei sarebbe stato impossibile avere un momento famigliare impresso sulla carta, poi mi ha chiesto di avere una mia fotografia quale ricordo.

 A questo punto, mi interrogo sul senso dell’immagine e della memoria in un luogo non contaminato dal consumismo e dell’estetica propria del nostro mondo.   

Cos’è l’immagine oggi? Documento, arte, vanità, automatismo? In questi luoghi non esiste la “foto di famiglia nella cornice d’argento”, le immagini dei morti vivono solo nella memoria, e in quanto tali, sono destinati a frammentarsi e svanire. 

Quando ho l’opportunità di donare mie fotografie ho l’impressione di aiutare a tessere la tela dei ricordi con il filo che collega memoria a realtà. L’azione che meglio rappresenta il mio essere e voler essere fotografa è quella di RESTITUIRE QUALCOSA.

Fotografare, al giorno d’oggi, può significare tutto, ma deve avere un significato personale, per non diventare una semplice azione meccanica che scaturisce dal proprio vanitoso egocentrismo.

Nel momento in cui diventi parte di qualcosa di universale e sei presente, crei una restituzione in quanto la bellezza si trova in piccoli preziosi momenti che non hanno parole, ma vivono nel loro istante. La verità che riusciamo a vivere, diventa autentica ed è sacra. A volte parla..a volte no e va solo guardata.

PROGETTO A SOSTEGNO DELLA POPOLAZIONE DEL TIGRAY
https://www.butterflyonlus.org/progetto/guerra-in-tigray/

BIO
Coralie Maneri, nata a Varese nel 1980 e di nazionalità italo-svizzera, ottiene nel 2003 una laurea in pittura presso l’accademia di Belle Arti di Bologna a seguito di due anni di studio presso l’accademia di Belle Arti di Madrid (UCM). Si specializza nel 2008 in Terapeutica artistica presso l’accademia di Brera a Milano. 

Dal 2007 ad oggi si dedica soprattutto a progetti sociali del terzo mondo come fotografa e video editor, in particolare modo per documentare la realizzazione di pozzi d’acqua e scuole nei villaggi rurali dell’Etiopia tramite la Fondazione Butterfly onlus. Vive oggi a Bologna e lavora come fotografa freelance.

www.ilmondodicoralie.com