La donna liberata nelle opere di Yseult Digan

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Nata a Chateauroux, in Francia, classe 1975, Yseult Digan è stata nominata artista residente al Centre Pompidou all’interno del progetto Situ, presente anche al Grand Palais e alla Fondazione Cartier.

Le opere di YZ  hanno accelerato in me quel processo che dalla visione porta all’emozione*…

*/e·mo·zió·ne/ sostantivo femminile
Stato psichico affettivo e momentaneo che consiste nella reazione opposta dall’organismo a percezioni o rappresentazioni che ne turbano l’equilibrio;

…e fa precipitare direttamente le cose dalla vista a una corsia di emergenza che le porta dritte al cuore. 

Il valore aggiunto che le rende così auliche, eteree, poetiche ma anche forti, oltre ai soggetti rappresentati, è la tecnica: usa inchiostro indiano dipinto su carta di seta, spesso su una vernice marrone naturale. YZ ricicla anche materiali trovati per strada: metallo, legno, zinco, ardesia, mattoni… Mescolando, con un notevole impatto finale, la street art con la scultura, l’illustrazione con la pittura.

Soggetto predominante delle narrazioni è la donna, una donna liberata dagli stereotipi di un tempo, come possiamo ammirare nel progetto Women from Another Century, che trova ispirazione nelle fotografie anni 20.
Inno al potere femminile Amazone, una serie di poster dedicati ai guerrieri senegalesi addestrati a combattere i francesi nella prima guerra franco-dahomea. Qui l’antico tema delle amazzoni, risulta completamente rinnovato da YZ, che parte dal Senegal per ricercarne le origini e decostruirne gli stereotipi.

YZ Una donna, una artista, una gloriosa guerriera!

Non ci resta che ammirare la sua arte e applaudire con battiti cardiaci.

web site: http://yzart.fr/


May Parlar, congela anche l'aria in poetiche memorie.

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MAY PARLAR (classe 1981, Istanbul), laureata in Architettura e Design Sostenibile, è fotografa e video artist. Di base a Berlino, lavora tra New York e Istanbul. Nel 2019 viene selezionata per il premio Aesthetica Art Prize 2019, con la serie di autoritratti dal titolo  “Solitudine collettiva“.

Filo narrante delle sue opere è la memoria, accompagnata dal tempo, dai ricordi, dagli oggetti che ci appartengono, ma anche dalla solitudine e dall’alienazione. Oggetti e soggetti rappresentati quasi come in una pièce teatrale. In questa pièce divengono attori immobili, congelati nel presente per non perdersi e sgretolarsi nelle memorie future. Ricordi come flash-back, rievocati e ricomposti perfetti, messi in ordine. “Opere di memoria” dove l’artista congela anche l’aria, per non disperdere nulla, e dove anche lo spettatore, di riflesso, pare immobilizzarsi in questa pausa. Qui analizza solitudini, alienazioni ed è costretto a correre per riprendersi i propri ricordi, per non perderli.

E’ tutto questo andirivieni nel tempo e nella mente, tra astratto e concreto, tra spazio reale e spazio immaginato, che mi affascina della sua arte. May Parlar mi ha rapita, trasportata nel suo mondo, bloccata davanti alle sue opere. Opere potenti. Riflessione dovuta sulle memorie che vanno conservate ma anche riportate a galla per farle rivivere. Surreali e fortemente poetiche. Un contrasto magnetico che non lascia scampo. Siediti, osserva, rifletti, custodisci il tesoro e portalo con te.

Grazie May Parlar!

https://www.mayparlar.com/
parlar.may@gmail.com


"Il cuore sopra tutto", nella street art di Millo

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Parlare di Millo e della sua arte, mi dona un’emozione fortissima, la stessa emozione che ho provato nello stare ai piedi di un grande palazzo a osservare, a testa in su e a bocca aperta, un suo murale. Immenso, preciso nell’esecuzione, delicato e favolesco nella narrazione, una favola non scontata che spinge alla riflessione, che non si stacca mai dal contesto in cui è inserito, ma anzi, lo racconta tenendolo per mano.
Francesco Camillo Giorgino, noto come Millo, street artist italiano originario di Mesagne (BR), ormai noto a livello internazionale, ha come tratto distintivo la scelta del bianco e nero ravvivato da pochi colori, la precisione del tratto, appunto, spesso su pareti di grandi dimensioni, le “architetture nelle architetture” in cui si muovono e prendono vita i soggetti rappresentati, da cui si evince la sua formazione da architetto, visibile in tutte le sue opere. Come egli stesso afferma, in proposito: “E’ innegabile che la mia formazione da architetto abbia trovato spazio nelle mie composizioni.
L’habitat in cui i miei personaggi si muovono vuole essere una critica a come le città contemporanee si sono sviluppate e a quanto il mondo accademico dell’architettura sia rimasto chiuso nelle accademie, senza riuscire a contribuire ad uno sviluppo urbano differente da quello che viviamo. Ho sempre la sensazione che tantissimi architetti si siano focalizzati soltanto su alcuni progetti di punta, senza relazionarsi al contorno, tante e troppe volte mi sembra di osservare rose in un deserto di palazzine senza anima. Dall’architettura, alle architetture.”

Entriamo nel vivo della sua storia e della sua arte.

Chi è Millo e come è nata la sua arte urbana
Sono conosciuto da tutti come Millo ma il mio nome è Francesco Camillo Giorgino nato a Mesagne una piccola città in provincia di Brindisi nel 1979.

A 18 anni mi sono trasferito a Pescara per studiare architettura e da allora è la mia seconda casa.

Ho sempre disegnato, sin da quando ero bambino per me il disegno è stata un’isola felice in cui rifugiarmi e con il passare degli anni questa passione ha preso il sopravvento sul resto. Ho iniziato gradualmente ad accantonare i miei lavori come architetto e a dedicare sempre più tempo all’arte, e così, piano piano, sono arrivato dove sono oggi.

L’arte urbana per me è stata una tappa inaspettata. Ho iniziato su supporti ben diversi dai muri, e devo ammettere che la prima volta che mi fu affidato un muro fu davvero incredibile, ma tutto nel suo fluire venne fuori semplice e ordinato, compresi allora che avrei potuto dedicarmi anche a questa cosa, che ero capace di rapportarmi a simili dimensioni e ad un simile impegno.

Ad oggi ho preso e prendo parte a festival di street art e ad eventi non governativi in tutto il mondo. Ho dipinto in America, in Cina, in Russia, in gran parte dell’America latina, in quasi tutta l’Europa fino all’ India la Thailandia, l’Australia e la Nuova Zelanda.

Come nasce una tua opera, dall’ideazione alla realizzazione
Spesso quando vengo invitato a prendere parte ad eventi dedicati alla street art, già dai primi scambi di mail ho modo di visualizzare via foto la parete, successivamente cerco di informarmi sulla storia del quartiere che mi vedrà all’opera per creare qualcosa che possa connettersi al luogo.

Non è sempre possibile purtroppo arrivare sul posto e svolgere un sopralluogo, tante volte, mi viene chiesto di inviare delle bozze del disegno che vorrò realizzare in anticipo, ma quando è possibile, cerco di arrivare alcuni giorni prima della data di inizio lavori, osservare dal vivo la parete, il quartiere e la città per poi creare lo sketch su carta.

Perchè i soggetti sono dei bambini? C’è un particolare messaggio dietro a questa scelta?
All’interno delle mie opere si muovono gigantesche figure, per me umane che interagiscono tra di loro e con il contesto, c’è chi vede in loro bambini, chi semplici marionette, chi addirittura degli alieni, per me rappresentano la parte più pura di ognuno di noi, quella parte che molte volte abbiamo perduto o dimenticato.

Ogni opera porta con se un messaggio specifico, e anche i miei personaggi sono per me in definitiva un tramite con cui esprimere quello che voglio comunicare.

Il rapporto che hai con gli street artists contemporanei, chi stimi e chi reputi un “maestro” e chi hai conosciuto personalmente.
E ancora, a riguardo, un pensiero, una riflessione, sull’odierna scena di street art
Viaggiando molto ho avuto la possibilità di conoscere moltissimi miei colleghi, italiani e della scena internazionale. La street art negli ultimi 10 anni ha avuto una grandissima risonanza e credo in definitiva che stia modificando la percezione degli spazi cittadini.

In Italia che rapporto c’è a livello burocratico con la street art rispetto agli altri paesi del mondo? E in generale, ci sono maggiori difficoltà?
Cosa cambieresti?
In Italia la scena della street art è abbastanza attiva, ma è innegabile che la lentezza della nostra burocrazia ne condizioni la velocità.

Tuttavia ho notato negli anni un interesse crescente, i comuni italiani sono volenterosi nel voler creare nuovi musei a cielo aperto ed attivare processi virtuosi basati prevalentemente sulla volontà di cambiamento e sull’incremento della vivibilità degli spazi e del turismo. Bisognerebbe solo snellire le procedure, per rendere più semplice questo impegno.

Quando Millo osserva un suo murale, appena terminato, pensa…
Eh, Il primo pensiero è spesso” potrei aggiungere…” poi per fortuna ho capito che appena terminato il lavoro è meglio per me allontanarmi qualche ora e tornare ad osservarlo a mente e corpo lucidi.

Attualmente a cosa stai lavorando?
Sto lavorando alla creazione di alcune tele per  la mia prossima mostra personale che si terrà a Los Angeles presso la galleria Think Space nel mese di Maggio e poi spero di poter tornare a viaggiare e realizzare lavori in esterno!

Che musica ascolti mentre lavori?
Ultimamente, mi sto dedicando agli audio libri! Ma quando torno alla musica, solitamente è rock.

C’è una persona che vuoi ringraziare e che ti ha sostenuto nel tempo?
La mia compagna, che mi sopporta e mi supporta.

Che scopo hanno gli eventi a cui prendi parte? E quali sono quelli che ricordi con più emozione.
Gli eventi a cui sono solito prendere parte hanno quasi tutti la stessa volontà, quella di riqualificare tramite interventi artistici le aeree meno fortunate delle città.

Questa causa per me è molto in linea con la mia ricerca personale e anche con i miei stessi lavori.

Spessissimo sono invitato a disegnare su facciate cieche di palazzi ed è piuttosto evidente, in quei casi, come la nostra o più gergalmente la speculazione edilizia mondiale abbia creato scorci, a volte grandi come quartieri, visivamente aberranti. Per me disegnare in quei posti, su quei muri, non è solo realizzare qualcosa di bello che possa suscitare emozioni a chi lo osserva, è anche mettere in evidenza una lacuna strutturale, magari lasciare un monito per il futuro, e modificare la percezione di quello spazio.

Non ho eventi preferiti e in ogni luogo che ho visitato ho lasciato davvero un pezzo di me, di sicuro ci sono stati dei passaggi significativi nella mia carriera, come la realizzazione delle 13 opere murarie a Torino, nel quartiere Barriera di Milano per B.art arte in Barriera, i carceri in cui ho disegnato tra cui quello minorile a Kremenchuck nel centro dell’Ucraina con l’aiuto di Unicef, la realizzazione di un’opera muraria nella più grande slum dell’Asia a Mumbai e anche il muro più alto di tutta l’Asia a Shanghai.

Un messaggio necessario per il futuro, in questo particolare momento storico con una pandemia in corso, con un’immagine
Il cuore sopra tutto.
Lavoro realizzato durante la pandemia. Ho lanciato una raccolta fondi a favore dell’ospedale civile di Pescara, città nella quale vivo. In una settimana sono stati raccolti 22,000euro e il lavoro, realizzato in diretta social è stato donato all’ospedale ed è ora visibile nella struttura.

Ultima domanda: Millo è felice?
sì.

Grazie Millo, hai reso felice anche M’Arte.

 

Millo – Biography

“Italian artist Francesco Camillo Giorgino, known as Millo, paints large-scale murals that feature friendly inhabitants exploring their urban setting. He uses simple black and white lines with dashes of color when necessary, and often incorporates elements of architecture into his multi-story paintings.” C. Jobson, Colossal.

He took part to several street art festival and NGO art event all around world. He has been painting in USA, Russia, China, Australia, Thailand, Argentina, Chile, Morocco, Spain, Portugal, Uk, Netherland, Poland, Lithuania, Belarus, Ucraine and of course Italy.
His works have been exhibited in Los Angeles, Chicago, Berlin, London, Amsterdam, Milan, Rome, Florence and more.

In 2014 he won the B.Art competition that enabled him to paint 13 multi-story murals in the city of Turin (IT).

“Sometimes coyly surreal, other times borderline terrifying” K. Brooks, Huffington Post

Contact me here: info@millo.biz

web site: https://www.millo.biz/
facebook: https://www.facebook.com/millo27
instagram: https://www.instagram.com/_millo_/


"Less is more"…to get to the heart! Le architetture e il design di Stefano Liciotti

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Stefano Liciotti, classe 1991, è architetto, designer e fotografo. Il suo approccio con queste discipline è minimale, essenziale, non a caso, leitmotiv della sua arte è la citazione di Mies Van Der Rohe: “Less is more”. Togliere dunque per risalire all’essenza, alla vera natura delle cose, alla materia, arrivare al cuore, ritornare all’artigianalità, a un’attenzione intelligente  verso le architetture che ci circondano, siano esse umane o no. E’ importante recuperare questo rapporto profondo, fare un passo indietro, per ‘salvare’ il presente e costruire un futuro migliore.
Il suo progetto “Covid digital memorial” è un’opera testimonianza potente del presente (questi 2020/2021 che ci sfidano con la dura pandemia in corso). Come egli stesso scrive: “Il senso di reclusione, che al tempo stesso è simbolo di resistenza e speranza, si tramuta in una struttura concepita come edificio mistico-sacrale…

Ecco alcune domande che ci aiutano a conoscerlo meglio.

Architetto, designer, fotografo. Quale fra le tue arti ti appassiona ed emoziona di più
Fra le varie arti citate sicuramente quella più mia è quella del designer perchè in esso racchiudono molteplici possibilità di espressione creativa in campi anche molto diversi tra loro.

Il progetto che sogni di realizzare è…
Il progetto che sogno di realizzare è l’apertura di un mio studio creativo dove le varie arti si possano contaminare.

Un pensiero, una riflessione, sull’architettura contemporanea
L’architettura contemporanea oggi è un mondo vastissimo e complesso costituito da star e artigiani, io preferisco i secondi

Il tuo architetto di riferimento
Un architetto di riferimento per me è sicuramente l’Arch. Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, sconosciuta ai più.

Cosa vuole fare Stefano Liciotti da grande?
Da grande vorrei poter utilizzare le mie capacità per necessità concrete e grazie ad esse scoprire il mondo e tutte le sue culture.

Che cambiamenti immagini, sogni, auspichi o temi per il tempo che verrà?
Auspico che ci sia un ritorno alla dimensione familiare della vita e artigianale del lavoro nel rispetto dell’ambiente per il futuro di tutti e di quelli che verranno dopo di noi. Temo che sarà difficile realizzare tale auspicio e che verranno periodi anche peggiori di quello attuale.

Il covid digital memorial, un’opera che racconta il presente. Parlacene
L’illustrazione nasce dalla voglia di esternare quel sentimento di reclusione che tutti noi stiamo provando in questo periodo difficile. Il senso di reclusione, che al tempo stesso è simbolo di resistenza e speranza, si tramuta in una struttura concepita come edificio mistico-sacrale inserito in un contesto particolare, una situazione tra reale e virtuale dove le due compagini del mondo contemporaneo si sono ormai date il cambio.
Da Architetto l’approccio è quello progettuale con il quale dare vita ad un luogo non-luogo che potrebbe anche essere materiale ma in realtà è solo digitale.
Come si può notare nell’immagine, la struttura principale in vetro è scandita da un ipotetico infisso di protezione che ricorda le recenti norme sul distanziamento sociale.
Le vetrate stesse riportano all’ormai consueta visione giornaliera del mondo attraverso la propria finestra, dal quale ammiriamo con malinconia qualcosa che ormai percepiamo come distante. La struttura vetrata permette di percepire ma anche di mantenere un filtro quasi protettivo dalla forma umana contenuta all’interno del volume.
Questa struttura centrale pulita e fortemente simmetrica si impone con forza, la sensazione viene rimarcata dallo specchio d’acqua che la cinge in un ipotetico fossato.
Il percorso del visitatore virtuale è unico, l’osservatore può ammirare una figura non definita di un uomo che tende un abbraccio al prossimo ma il tutto è velato dallo schermo del vetro opaco che non permette di definire con precisione la figura perché in questo momento più che mai ogni uomo ha riscoperto di essere, pur nelle diversità di sesso religione ed etnia, uguale all’altro.
La figura umana all’interno dell’oggetto vetrato è indefinita, ha le sembianze di una persona senza che sia identificabile. L’abbraccio stesso è multidirezionale, si riferisce all’uomo come alla natura, al mondo tutto che adesso ci manca più che mai.
L’illustrazione è stata concepita con l’idea che questo momento di difficoltà e dolore verrà superato, con la speranza che però non sarà dimenticato.
Il pensiero è quindi al domani ma si pone come obiettivo la memoria dell’oggi.
Il mondo digitale è divenuto quello reale e viceversa, c’è bisogno di portare la dimensione del ricordo anche nella frenesia del mondo virtuale.
L’immagine, quasi metafisica, cerca di muovere un sentimento reale nello spettatore che la osserva e riflette sulle sensazioni che sta provando in questo momento di reclusione.
L’importanza e la consapevolezza di ricordare la tragedia sono lo scopo finale.
Il dolore e il riconoscimento di quello che è cambiato in noi sono sentimenti importanti per superare qualcosa che ci ha turbato e per questo fine occorre ricordare.
I luoghi della memoria, oggi come ieri, reali o virtuali, sono e saranno sempre importanti, fondamentali.

Grazie Stefano! E che la tua sensibilità e intelligenza contribuiscano a “quel piccolo, grande, cambiamento” che verrà.

 

Stefano Liciotti_ biografia
Stefano Liciotti, nato a Fermo, classe 1991, si laurea in Architettura Magistrale presso l’Università di Camerino, si trasferisce a Bologna dove collabora con diversi studi di Architettura e Design. Come Architetto la sua ricerca personale gravita intorno ai temi del riuso del patrimonio edilizio esistente e dell’architettura sostenibile.Si interessa di arte, grafica e fotografia, discipline che utilizza nelle sue realizzazioni che spaziano dal fotoinserimento ad elaborazioni 3d più complesse.

https://www.instagram.com/ste.lik/
https://stefanoliciotti.wixsite.com/stefanoliciotti


I colori della natura nelle sintesi minimali di Hirotsugu Aisu

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Hirotsugu è gentile, timido, discreto, educatissimo. E’ una persona squisita, come i sushi che prepara con maestrìa ma è anche, e soprattutto, un artista sensibile, colto e attento. Hiro ti racconta le cose con entusiasmo e con modestia. Ho avuto il piacere di conoscerlo durante una una vacanza in Sicilia, a casa di amici (Grazie Giuly e Cri!).
Dopo aver apprezzato la sua cucina, mi sono imbattuta nella sua arte e sono rimasta piacevolmente incuriosita e stordita. Una sintesi che riduce la natura a una palette di colori che diviene grafica, opera astratta.  Unisce oriente (bellezza, minimalismo, spiritualità) e occidente (scelta dei soggetti e dei materiali: paesaggi principalmente italiani, carta artigianale amalfitana).
Ve lo faccio conoscere.
Da dove vieni e dove vivi?
Vengo dal Giappone, da Yokohama. Ora vivo ad Aversa, in Campania.
Sono figlio di un orafo artigiano e sono cresciuto nel suo laboratorio. Per me “creare” è naturale come “parlare (o forse di più).
Dopo la morte di mio padre, (avevo 10 anni), mi sono allontanato dall’arte e ho scelto il mestiere di cuoco.
Sono arrivato in Italia per lavorare come sushi-chef 13 anni fa.

Da dove nasce la tua arte…

Vedendo tante opere d’arte di importanza mondiale ho scoperto, in me, la passione per l’arte.
Volevo realizzare un’opera che unisse bellezza e filosofia di Italia e Giappone. Grazie alla mia vita in Italia, ho acquisito pian piano la cultura italiana. Ora direi che sono ibrido, un “italogiapponese” hahaha
E’ tramite le mie opere, che vorrei farvi conoscere, quasi come uno scambio, la bellezza e lo spirito del Giappone.

Che tecnica usi?
Ho iniziato a produrre opere d’arte usando Coding, Glitch, Modellazione 3d, quando studiavo all’accademia di belle arti, al corso di nuove tecnologie di arte. Negli ultimi anni mi sto concentrando anche sulla tecnica degli “origami”. Per i prossimi progetti, invece, sono previste anche scultura e serigrafia.

Cosa vuole fare Hiro da grande e qual è il sogno?
Voglio cambiare questo mondo! così è un po’ esagerato? Vorrei contribuire a cambiare questo mondo pieno di egoismo, consumismo, materialismo.
Vorrei trovare una base, che diventi un luogo di unione e condivisione, per scambiarsi idee, appunto, per migliorare questo mondo tramite l’arte, la musica e il cibo…degli “eco art villages”.
Immagino una casa di pietra antica affianco a una tipica casa di legno giapponese (si può smontare e si può portare qui!), con un orto naturale (viene da un’idea giapponese).

Parlaci delle tue opere

Serie: Colour of…
Noi essere umani moderni siamo attaccati (ossessionati) alla forma (materia) e non guardiamo l’essenziale. La materia non ha colori. I colori che vediamo sono la reazione del nervo cerebrale alle varie frequenze di riflessione di luce solare emanata dalla materia.

Serie: Dimension
Tecnica: Origami, Carta amalfitana
E’ il mio primo progetto pubblicato, realizzato manualmente e usando l’unica carta italiana artigianale. E’ ispirato al “mito della caverna” di Platone.
Se guardiamo tutti la stessa cosa, la pensiamo in modo diverso… che sia bene o male, bella o brutta, ecc… 
E come al solito, viviamo e guardiamo il mondo modo dalla dimensione dal “basso”. 
Se potessimo vivere e guardare da una dimensione “alta”, questo mondo sarebbe migliore.
Noi giapponesi ogni tanto facciamo un mazzo di mille origami di gru per pregare per il bene e la salute degli altri, oppure perchè desideriamo la pace di mondo.
Io prego e desidero un mondo migliore mentre piego questa opera.

 

Grazie Hiro! 


I collages eleganti e femminili di Nicola Kloosterman

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Nicola Kloosterman, (Johannesburg1976), lavora col collage, ritagliando vecchi giornali, tessuti e foto vintage. Affronta il tema dell’invisibilità della donna alla quale sceglie di affiancare elementi naturali, paesaggi e composizioni di fiori (le ultime ispirate al concetto giapponese di ikebana). Taglia e scompone il soggetto legandolo ai concetti di fragilità e di bellezza. Rimonta i pezzi ricollocando il punto focale, trovando nuovi equilibri, spostando l’asse, il fulcro, dando così vita a nuovi racconti, mai svelati del tutto, dall’estetica elegante e raffinata.


La carnalità (s)travolgente nelle “Symbiosis” di RiK Garret

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Le fotografie di Rik Garret trasmettono una forza primordiale, travolgente e stravolgente, magnetica, tale che mi hanno provocato quasi un colpo al cuore. Due corpi, che tramite l’applicazione del colore acrilico direttamente sulla fotografia, divengono corpo unico. Dalla materia del colore, alla materia della natura umana. L’istinto primordiale dell’amore, della passione smodata, senza limiti. Una carnalità che basta a scuotere gli animi. La simbiosi perfetta, e non importa che sia generata dall’amore o dall’atto sessuale, perchè la forza è tale da renderla emozione unica. I corpi appaiono quasi chiusi nella loro intimità, i visi spariti avvolti nella loro sfera privata. Prevale la carne, la materia, …è quasi un toccarsi l’anima.


La natura aurea di Michele Guido

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“La geometria non è la scienza della figura, ma la scienza dello spazio. Fare geometria significa studiare lo spazio. Lo spazio è come una struttura, un ordine di situazioni, dove per situazioni s’intende una relazione tra oggetti. Un punto non è altro che un oggetto, e la relazione tra un punto ed un altro, non è altro che la distanza tra punti”.
G. W. Von Leibniz

E’ difficile scrivere di Michele Guido senza avere l’ orgoglio e l’ammirazione di chi lo ha visto in qualche modo “formarsi”. Eravamo compagni di classe alla Scuola d’arte, oltre che amici, e Michele aveva sempre avuto, fin da allora, una sensibilità smisurata oltre che una notevole capacità di “esecuzione perfetta”. La materia in cui spiccava si chiamava “plastica”, sviluppo di oggetti e forme in 2d, poi realizzati in 3d col cartoncino. La sua precisione rendeva i lavori quasi alieni, così perfetti che non sembravano realizzati dalle mani di un umano. E il suo percorso di studi e ricerca, i traguardi raggiunti oggi, che lo vedono artista maturo e apprezzato, hanno confermato la sua predisposizione, la sua passione, la sua delicata intuizione nell’osservare la natura, studiandola accuratamente, per poi frammentarla in forme geometriche, a volte dilatando lo spazio e innescando plurime possibilità di intervento, (la trasformazione dello stesso da tridimensionale a bidimensionale e viceversa, per esempio), seguendo regole auree. Nulla al caso, anche gli elementi naturali hanno ordine, regole e schemi. Li seziona, li studia, li destruttura e li ridà alla natura stessa sotto forma di opera d’arte. Natura e architettura si sposano in un dialogo costante, che le avvicina e le fa vivere in armonica e poetica simbiosi, seppur su piani visuali differenti. Scienza, sensibilità, precisione, genio. Rinascimento e canoni classici, natura e architettura, spazio reale e spazio immaginato, al servizio di fotografia, scultura e disegno e dell’intelletto acuto di Michele Guido. Osservo le sue opere e sorrido con profonda ammirazione, mirando le Divinae Proportioni.

 

Michele Guido _biografia

Michele Guido (Aradeo, Le – 1976); vive e lavora a Milano.
Nel 1997 si trasferisce a Milano per studiare presso l’AABB di Brera, si diploma nel 2002 e dopo frequenta il master in Landscape Design; durante gli studi, nel 1999 viene selezionato per una residenza/studio presso il Centro T.A.M. diretto da Eliseo Mattiacci. Dal 2001 al 2007, ha uno studio presso la Casa degli Artisti di Milano, dove organizza con J. de Sanna e H. Nagasawa: “Discussione Aperta: il Concetto di MA”, che nel mondo orientale indica un passaggio, un intervallo di spazio-tempo. Questi elementi incidono in modo decisivo sulla genesi del suo lavoro; da qui deriva la sezione degli elementi vegetali, la stratificazione del disegno per ricavare l’elemento modulare che appartiene all’impianto genetico delle piante.
Le indagini multidisciplinari si sviluppano con progetti più complessi denominati “garden project” basati sulle analogie formali fra il mondo vegetale e la ricerca scientifica, l’origine geografica delle piante ed il rapporto con la cultura di quei luoghi, la biodiversità, ecc.
I suoi progetti sono stati esposti in diversi luoghi pubblici e privati: Fond. Biscozzi-Rimbaud, Lecce | PAV Parco Arte Vivente, Torino | Palazzo Oneto, Palermo, Manifesta12 collateral | Palazzo Borromeo, Milano | Fond. Merz, Torino, Meteorite in Giardino 10 | ZonaMacoSur, Città del Messico | Palazzo Comi, Gagliano del Capo (Le) | Museo Camusac, Cassino | FAR, Rimini, Biennale del disegno | Museo Carlo Zauli | Museo MIC Faenza | Lia Rumma Gallery, Napoli | Fond. Plart, Napoli | Accademia di San Luca, Roma. Tra le personali nella Z2O Sara Zanin Gallery di Roma il tesoro di atreo garden project _2015 insieme a Hidetoshi Nagasawa.
I premi più significativi: Anna Morettini Prize | Premio Rotary Brera Christian Marinotti | Premio per la Scultura dalla Fondazione Arnaldo Pomodoro | Tra le residenze: Work, Casa degli Artisti, Milano | Grand tour en Italie, M12 collateral | Umana Natura con H. Nagasawa | Made in Filandia.

instagram: @micheleguido_


Simboli e archeologia nei viaggi magnifici di Guido Volpi

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Ho avuto l’onore di conoscere personalmente Guido Volpi a Bologna. Stavo lavorando alla grafica per il festival “Baum, *spazi *universi *esplorazioni”, e sua era l’illustrazione che accompagnava tutta la comunicazione della rassegna. Un astronauta di spalle a osservare uno scenario urbano che rappresentava la Bolognina, quartiere popolare e multietnico, nel quale si svolgeva il festival. Guido è molto gentile e disponibile e lavora in maniera accurata, seria e metodica. Era il 2018, e da allora, seguii quell’astronauta che mi accompagnò in tutti i viaggi artistici di Guido. Proverò a spiegare cosa mi trasmette il suo lavoro.

La ricerca artistica di Guido Volpi parte da una Natura antica. È un ritorno, sacro, rituale e prezioso, alle origini. Come un archeologo egli scava nella storia, ricerca simboli, tradizioni e manufatti di antiche popolazioni, ma non cataloga, ripulisce dalla polvere e li ridà alla luce, a una seconda nuova vita, in racconti intrecciati col presente, così da creare, con lo stesso, un dialogo.
Tolta la patina di polvere, resta ben visibile il tratto, (i suoi lavori sono principalmente a inchiostro) primordiale, pieno di forza, essenziale.
Un viaggio affascinante che dal disegno e da quella archeologia parte, per poi perdersi in fantasie oniriche, immagini sospese tra sogno e realtà, tra passato e presente.
Nel quadrittico de “La battaglia mai avvenuta”, percepiamo il sogno (lo stravolgimento delle proporzioni), i rimandi al mondo orientale, custoditi da un suo viaggio in Thailandia, documentati dalla presenza di tigri, da un serpente gigante, dall’architettura di uno strano “tuk tuk”… e poi ci sono scimmie, mostri, grifoni strappati alla mitologia classica. Tutti questi elementi si mescolano nella narrazione di una guerra di fantasia, ambientata chissà in quale mondo e in quale epoca e chissà su quale pianeta.
È questa la forza che avverto nelle opere di Volpi: il potere di trasportarmi in un viaggio immaginario, che sposa Oriente e Occidente, raccogliendo souvenir preziosi da portarmi dietro come ricordo del percorso magnifico, primitivo, magico e potente.

*Guido Volpi è nato a Siena nel 1982, si è laureato all’ Accademia Belle Arti di Bologna.
Il suo atelier è a Bologna.
Le tecniche principali sono il disegno, l’installazione, il tatuaggio. Ha pubblicato cinque libri.
Tra le principali collaborazioni: nel 2012 lavora per la domenica di Repubblica ; disegna le locandine del tour 2014 di Vasco Brondi “Le luci della centrale elettrica”; nel 2015 ha lavorato con il critico d’arte John Berger ad un libro su Bologna; nel 2017 in Svizzera, insieme all’artista Liliana Salone ha progettato e costruito un’installazione di 10 metri di lunghezza, 4 di larghezza e 4 in altezza, ARKA project, su cui è stato fatto un libro.

www.guidovolpi.com


La scultura iperrealista di Giovanni Da Monreale è necessaria.

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Una mattina uscendo da casa, fui colpita da questa sagoma di bambino, fuori la scuola adiacente casa mia, immobile, appoggiato al muro, con lo sguardo fisso sul suo videogioco, che teneva nelle mani rigide, come un corpo morto e congelato, col cappuccio della felpa sulla testa. Sobbalzai impaurita, come quando qualcuno ti spaventa alle spalle. Che ci fa un bambino là, solo, immobile, rigido?
Passando davanti scoprii che era una statua. Rimasi a fissarla scossa e pensierosa. Una scultura che aveva reso, in reazione provocata, il grande e grave effetto, dato dall’uso smodato della tecnologia sui bambini.
La statua scultura, installazione site specific, si chiamava Otto, rappresentava un bambino di 8 anni, immerso e gelato dal trasporto digitale. Donata dall’artista Giovanni Da Monreale, alle scuole Federzoni, site in via Antonio Di Vincenzo 11 a Bologna, per sensibilizzare al tema.

In quel periodo, era il 2017, lavoravo a una mia ricerca per il magazine ZoomOnfashionTrends, dal titolo “Anonymous”.
“Otto” di Giovanni Da Monreale, corrispondeva esattamente a quello che stavo cercando e sintetizzava, in forma di statua, il tema da me affrontato. Entità anonime, inglobate, inghiottite dalla rete, nulla e dissolvimento, corpo come sagoma vacante, totale annullamento dell’identità. Sculture che rappresentano bambini e ragazzi, in scala 1:1, immersi nel loro videogiochi o smartphone. Contattai subito Giovanni e ci incontrammo a Bologna, proprio davanti allo sguardo vitreo di Otto. Giovanni è una persona cordiale e disponibile, semplice, gentile, oltre che un grande artista/scultore dalla sensibilità sopraffina e dall’acuta intelligenza.
Mi parlò dei suoi progetti, delle statue imbrattate (successe anche a Otto), del grande lavoro che faceva per tornare a ripulirle con fatica e dedizione, del suo tour in varie città d’Italia per installare le sue sculture in vetroresina o cemento, davanti alle fermate degli autobus, alle scuole, nei parchi. Poi un invito nel suo laboratorio in Toscana, a Pietrasanta (Lucca), per farmi conoscere tutto il processo creativo e di lavorazione, una gita che spero di poter fare in un tempo non troppo lontano. Un lavoro straordinario. Un iperrealismo che scuote, che con inganno ottico, costringe il passante prima alla sosta, poi all’osservazione e infine alla riflessione.
Il lavoro di Giovanni mi ricorda quello di Mark Jenkins, americano, classe 1970, anch’esso urban artist contemporaneo di grande impatto. Entrambi vogliono “coinvolgere” e “destabilizzare”, farci aprire gli occhi per permetterci di mettere ordine tra reale e irreale, strappandoci all’indifferenza, urlando col silenzio di una statua o di un’installazione. E come potrei non provare profonda ammirazione per un’arte che scuote gli animi, che interviene e si insinua nel tessuto urbano per dare un messaggio sociale, necessario.

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