La fotografia di Coralie Maneri restituisce bellezza e memoria

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Fotografare, al giorno d’oggi, può significare tutto, ma deve avere un significato personale, per non diventare una semplice azione meccanica che scaturisce dal proprio vanitoso egocentrismo.

Nel momento in cui diventi parte di qualcosa di universale e sei presente, crei una restituzione in quanto la bellezza si trova in piccoli preziosi momenti che non hanno parole, ma vivono nel loro istante. La verità che riusciamo a vivere, diventa autentica ed è sacra. A volte parla..a volte no e va solo guardata.

Coralie Maneri, fotografa.

A 20 anni parte da sola per il Sud America, con in spalla uno zaino di 8kg e la sua macchina fotografica e visita otto paesi nell’arco di tempo di sei mesi. Il viaggio, la scoperta, il rapporto con la gente del luogo, la rapiscono e la fotografia diviene il mezzo di “ascolto” col luogo, con le persone, la natura, l’ambiente e le storie che la circondano. Nel 2007 prende parte a un progetto in Etiopia per documentare l’apertura di alcuni pozzi nella regione di Gambella, al confine col Sudan, tramite la Fondazione Butterfly onlus. Allora, non sapeva che sarebbe ritornata in Etiopia altre venti volte. L’ultima, per un progetto personale: un book fotografico che documentasse la sua esperienza e la forza di quel luogo. 

E quella forza la vediamo tutta nella fotografia di Coralie, nella profondità degli sguardi di chi è davanti all’obiettivo, catturati da Coralie con un magnetismo che rapisce l’osservatore, una forza che dalla pellicola arriva direttamente all’anima. 

Questo mi ha colpito del suo lavoro. Immagini che sembrano studiate a tavolino e che invece nascono dall’ingegno di un occhio attento e sensibile, che sa vedere oltre e che riesce a documentare la realtà catturandola in un equilibrio compositivo perfetto, magnetico, potente.

Alcune brevi domande a questa grande artista.

Coralie, è proprio dai tuoi viaggi che vorrei cominciare…
Nella mia vita ho avuto la fortuna di viaggiare sin da bambina, esplorando territori lontani dai soliti luoghi comuni. Viaggiare significa per me “capacità di meravigliarsi”; sosteneva Matisse: “Occorre guardare tutta la vita con gli occhi di un bambino”.

Credo che nel viaggio si celi un grande potenziale, che permette di superare molte barriere della comunicazione e al contempo consente di ampliare la propria percezione stimolando i nostri impulsi creativi. Il viaggio è sempre stato per me qualcosa di speciale per cui vale la pena fare dei sacrifici.

Quale è per te la regola principale
Credo che per compiere un qualsiasi viaggio, sia necessario entrare in una “condizione” di apertura, che viene senza dubbio amplificata se si viaggia soli, perché si impara a guardare ed ascoltare il mondo circostante in modo diverso, sicuramente più inteso, veritiero e presente.

Il momento in cui decidi di scattare…
Nelle mie fotografie non esiste mai la messa in scena; tutto è esattamente come l’ho trovato, altrimenti non scatto. Non amo alterare la realtà, perché mi piace trovare e ricercare scenari che considero perfetti, quasi come un gioco, cercando di rendere la mia presenza in piena armonia con il mio soggetto.

Cosa c’è oltre la fotografia?
La fotografia rappresenta per me anche “memoria”. Ho il bisogno di documentare e archiviare, come fosse una necessità esistenziale, forse anche quasi una patologia, ma una spinta emotiva radicata profondamente dentro di me da sempre. Semplicemente la fotografia è un mio strumento.

Per il ragazzo, amante delle mappe e delle stampe,
l´universo è pari al suo smisurato appetito.
Com´è grande il mondo al lume delle lampade!
Com´è piccolo il mondo agli occhi del ricordo!

Charles Baudelaire (A Maxime Du Camp)

La tua Etiopia…
Di seguito l’introduzione del libro fotografico “La mia Etiopia”, dove Coralie parla del progetto, dei suoi viaggi, di scoperte, bellezza e meraviglia.

 

LA MIA ETIOPIA (2012-2020) –  Coralie Maneri

Da diversi anni, l’Etiopia ed in particolar modo la regione del Tigray, sono entrate a far parte della mia vita. Grazie al mio lavoro nell’ambito della cooperazione internazionale, ho la possibilità di condividere, attraverso la fotografia, attimi di vita lontani anni luce dalla nostra realtà occidentale. In questi territori di guerra, di confine e migrazione, estremamente poveri, mi sento come un fantasma di passaggio che osserva la quotidianità rurale di questa cultura, attento e pronto ad immortalare persone che verrebbero altrimenti dimenticate. 

Le donne sono il motore e la forza di un Paese che fa ancora fatica a prendere atto del loro valore. Osservo questo popolo che dà l’impressione di essere rassegnato a vivere la propria quotidianità, consapevole di non avere molte scelte, contrariamente a quello che possiamo fare noi che viviamo in culture ben più distanti di sei ore di volo.

Mi emoziona il trovarmi in questi luoghi, dove sento la vera poesia nascere da un rapporto di accoglienza e condivisone che mi consente, per un istante, proprio come nella frazione di secondo di uno scatto fotografico, di potere diventare parte di uno stesso insieme; Il mio desiderio di scattare foto ha infatti origine nell’emozione intensa che provo in quei momenti.

L’anno scorso, facendo un servizio fotografico ad una donna di nome Lettebhran, sono stata sempre al suo fianco, dalla mattina alla sera, seguendola ogni giorno fino alla fonte d’acqua più vicina. Vive in una casa, ovviamente priva di acqua ed elettricità, fatta di fango e sterco, circondata da muretti a secco; con i pochi spicci che riceve dal marito, mantiene 5 figlie, qualche animale, e si consente un pasto di carne una volta all’anno, dimostrando una forza d’animo che lascia spaesati. Alla fine del mio reportage le ho regalato due galline, pensando così di arricchire la loro dieta, fatta di injera e latte, anche se in quella zona, le galline si ammalino e muoiano facilmente. 

Mesi dopo, tornata in Tigray, l’ho ritrovata lungo il ciglio della strada che portava al suo villaggio sperduto tra le montagne. Era lì da ore ad aspettarmi, avendo saputo che sarei transitata in quella zona. Tra le sue braccia reggeva delicatamente un sacchetto di carta con le uova delle mie galline. Mi ha ringraziato per le fotografie della sua famiglia che ero riuscita a farle pervenire, in quanto per lei sarebbe stato impossibile avere un momento famigliare impresso sulla carta, poi mi ha chiesto di avere una mia fotografia quale ricordo.

 A questo punto, mi interrogo sul senso dell’immagine e della memoria in un luogo non contaminato dal consumismo e dell’estetica propria del nostro mondo.   

Cos’è l’immagine oggi? Documento, arte, vanità, automatismo? In questi luoghi non esiste la “foto di famiglia nella cornice d’argento”, le immagini dei morti vivono solo nella memoria, e in quanto tali, sono destinati a frammentarsi e svanire. 

Quando ho l’opportunità di donare mie fotografie ho l’impressione di aiutare a tessere la tela dei ricordi con il filo che collega memoria a realtà. L’azione che meglio rappresenta il mio essere e voler essere fotografa è quella di RESTITUIRE QUALCOSA.

Fotografare, al giorno d’oggi, può significare tutto, ma deve avere un significato personale, per non diventare una semplice azione meccanica che scaturisce dal proprio vanitoso egocentrismo.

Nel momento in cui diventi parte di qualcosa di universale e sei presente, crei una restituzione in quanto la bellezza si trova in piccoli preziosi momenti che non hanno parole, ma vivono nel loro istante. La verità che riusciamo a vivere, diventa autentica ed è sacra. A volte parla..a volte no e va solo guardata.

PROGETTO A SOSTEGNO DELLA POPOLAZIONE DEL TIGRAY
https://www.butterflyonlus.org/progetto/guerra-in-tigray/

BIO
Coralie Maneri, nata a Varese nel 1980 e di nazionalità italo-svizzera, ottiene nel 2003 una laurea in pittura presso l’accademia di Belle Arti di Bologna a seguito di due anni di studio presso l’accademia di Belle Arti di Madrid (UCM). Si specializza nel 2008 in Terapeutica artistica presso l’accademia di Brera a Milano. 

Dal 2007 ad oggi si dedica soprattutto a progetti sociali del terzo mondo come fotografa e video editor, in particolare modo per documentare la realizzazione di pozzi d’acqua e scuole nei villaggi rurali dell’Etiopia tramite la Fondazione Butterfly onlus. Vive oggi a Bologna e lavora come fotografa freelance.

www.ilmondodicoralie.com


May Parlar, congela anche l'aria in poetiche memorie.

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MAY PARLAR (classe 1981, Istanbul), laureata in Architettura e Design Sostenibile, è fotografa e video artist. Di base a Berlino, lavora tra New York e Istanbul. Nel 2019 viene selezionata per il premio Aesthetica Art Prize 2019, con la serie di autoritratti dal titolo  “Solitudine collettiva“.

Filo narrante delle sue opere è la memoria, accompagnata dal tempo, dai ricordi, dagli oggetti che ci appartengono, ma anche dalla solitudine e dall’alienazione. Oggetti e soggetti rappresentati quasi come in una pièce teatrale. In questa pièce divengono attori immobili, congelati nel presente per non perdersi e sgretolarsi nelle memorie future. Ricordi come flash-back, rievocati e ricomposti perfetti, messi in ordine. “Opere di memoria” dove l’artista congela anche l’aria, per non disperdere nulla, e dove anche lo spettatore, di riflesso, pare immobilizzarsi in questa pausa. Qui analizza solitudini, alienazioni ed è costretto a correre per riprendersi i propri ricordi, per non perderli.

E’ tutto questo andirivieni nel tempo e nella mente, tra astratto e concreto, tra spazio reale e spazio immaginato, che mi affascina della sua arte. May Parlar mi ha rapita, trasportata nel suo mondo, bloccata davanti alle sue opere. Opere potenti. Riflessione dovuta sulle memorie che vanno conservate ma anche riportate a galla per farle rivivere. Surreali e fortemente poetiche. Un contrasto magnetico che non lascia scampo. Siediti, osserva, rifletti, custodisci il tesoro e portalo con te.

Grazie May Parlar!

https://www.mayparlar.com/
parlar.may@gmail.com


"Less is more"…to get to the heart! Le architetture e il design di Stefano Liciotti

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Stefano Liciotti, classe 1991, è architetto, designer e fotografo. Il suo approccio con queste discipline è minimale, essenziale, non a caso, leitmotiv della sua arte è la citazione di Mies Van Der Rohe: “Less is more”. Togliere dunque per risalire all’essenza, alla vera natura delle cose, alla materia, arrivare al cuore, ritornare all’artigianalità, a un’attenzione intelligente  verso le architetture che ci circondano, siano esse umane o no. E’ importante recuperare questo rapporto profondo, fare un passo indietro, per ‘salvare’ il presente e costruire un futuro migliore.
Il suo progetto “Covid digital memorial” è un’opera testimonianza potente del presente (questi 2020/2021 che ci sfidano con la dura pandemia in corso). Come egli stesso scrive: “Il senso di reclusione, che al tempo stesso è simbolo di resistenza e speranza, si tramuta in una struttura concepita come edificio mistico-sacrale…

Ecco alcune domande che ci aiutano a conoscerlo meglio.

Architetto, designer, fotografo. Quale fra le tue arti ti appassiona ed emoziona di più
Fra le varie arti citate sicuramente quella più mia è quella del designer perchè in esso racchiudono molteplici possibilità di espressione creativa in campi anche molto diversi tra loro.

Il progetto che sogni di realizzare è…
Il progetto che sogno di realizzare è l’apertura di un mio studio creativo dove le varie arti si possano contaminare.

Un pensiero, una riflessione, sull’architettura contemporanea
L’architettura contemporanea oggi è un mondo vastissimo e complesso costituito da star e artigiani, io preferisco i secondi

Il tuo architetto di riferimento
Un architetto di riferimento per me è sicuramente l’Arch. Maria Giuseppina Grasso Cannizzo, sconosciuta ai più.

Cosa vuole fare Stefano Liciotti da grande?
Da grande vorrei poter utilizzare le mie capacità per necessità concrete e grazie ad esse scoprire il mondo e tutte le sue culture.

Che cambiamenti immagini, sogni, auspichi o temi per il tempo che verrà?
Auspico che ci sia un ritorno alla dimensione familiare della vita e artigianale del lavoro nel rispetto dell’ambiente per il futuro di tutti e di quelli che verranno dopo di noi. Temo che sarà difficile realizzare tale auspicio e che verranno periodi anche peggiori di quello attuale.

Il covid digital memorial, un’opera che racconta il presente. Parlacene
L’illustrazione nasce dalla voglia di esternare quel sentimento di reclusione che tutti noi stiamo provando in questo periodo difficile. Il senso di reclusione, che al tempo stesso è simbolo di resistenza e speranza, si tramuta in una struttura concepita come edificio mistico-sacrale inserito in un contesto particolare, una situazione tra reale e virtuale dove le due compagini del mondo contemporaneo si sono ormai date il cambio.
Da Architetto l’approccio è quello progettuale con il quale dare vita ad un luogo non-luogo che potrebbe anche essere materiale ma in realtà è solo digitale.
Come si può notare nell’immagine, la struttura principale in vetro è scandita da un ipotetico infisso di protezione che ricorda le recenti norme sul distanziamento sociale.
Le vetrate stesse riportano all’ormai consueta visione giornaliera del mondo attraverso la propria finestra, dal quale ammiriamo con malinconia qualcosa che ormai percepiamo come distante. La struttura vetrata permette di percepire ma anche di mantenere un filtro quasi protettivo dalla forma umana contenuta all’interno del volume.
Questa struttura centrale pulita e fortemente simmetrica si impone con forza, la sensazione viene rimarcata dallo specchio d’acqua che la cinge in un ipotetico fossato.
Il percorso del visitatore virtuale è unico, l’osservatore può ammirare una figura non definita di un uomo che tende un abbraccio al prossimo ma il tutto è velato dallo schermo del vetro opaco che non permette di definire con precisione la figura perché in questo momento più che mai ogni uomo ha riscoperto di essere, pur nelle diversità di sesso religione ed etnia, uguale all’altro.
La figura umana all’interno dell’oggetto vetrato è indefinita, ha le sembianze di una persona senza che sia identificabile. L’abbraccio stesso è multidirezionale, si riferisce all’uomo come alla natura, al mondo tutto che adesso ci manca più che mai.
L’illustrazione è stata concepita con l’idea che questo momento di difficoltà e dolore verrà superato, con la speranza che però non sarà dimenticato.
Il pensiero è quindi al domani ma si pone come obiettivo la memoria dell’oggi.
Il mondo digitale è divenuto quello reale e viceversa, c’è bisogno di portare la dimensione del ricordo anche nella frenesia del mondo virtuale.
L’immagine, quasi metafisica, cerca di muovere un sentimento reale nello spettatore che la osserva e riflette sulle sensazioni che sta provando in questo momento di reclusione.
L’importanza e la consapevolezza di ricordare la tragedia sono lo scopo finale.
Il dolore e il riconoscimento di quello che è cambiato in noi sono sentimenti importanti per superare qualcosa che ci ha turbato e per questo fine occorre ricordare.
I luoghi della memoria, oggi come ieri, reali o virtuali, sono e saranno sempre importanti, fondamentali.

Grazie Stefano! E che la tua sensibilità e intelligenza contribuiscano a “quel piccolo, grande, cambiamento” che verrà.

 

Stefano Liciotti_ biografia
Stefano Liciotti, nato a Fermo, classe 1991, si laurea in Architettura Magistrale presso l’Università di Camerino, si trasferisce a Bologna dove collabora con diversi studi di Architettura e Design. Come Architetto la sua ricerca personale gravita intorno ai temi del riuso del patrimonio edilizio esistente e dell’architettura sostenibile.Si interessa di arte, grafica e fotografia, discipline che utilizza nelle sue realizzazioni che spaziano dal fotoinserimento ad elaborazioni 3d più complesse.

https://www.instagram.com/ste.lik/
https://stefanoliciotti.wixsite.com/stefanoliciotti


I colori della natura nelle sintesi minimali di Hirotsugu Aisu

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Hirotsugu è gentile, timido, discreto, educatissimo. E’ una persona squisita, come i sushi che prepara con maestrìa ma è anche, e soprattutto, un artista sensibile, colto e attento. Hiro ti racconta le cose con entusiasmo e con modestia. Ho avuto il piacere di conoscerlo durante una una vacanza in Sicilia, a casa di amici (Grazie Giuly e Cri!).
Dopo aver apprezzato la sua cucina, mi sono imbattuta nella sua arte e sono rimasta piacevolmente incuriosita e stordita. Una sintesi che riduce la natura a una palette di colori che diviene grafica, opera astratta.  Unisce oriente (bellezza, minimalismo, spiritualità) e occidente (scelta dei soggetti e dei materiali: paesaggi principalmente italiani, carta artigianale amalfitana).
Ve lo faccio conoscere.
Da dove vieni e dove vivi?
Vengo dal Giappone, da Yokohama. Ora vivo ad Aversa, in Campania.
Sono figlio di un orafo artigiano e sono cresciuto nel suo laboratorio. Per me “creare” è naturale come “parlare (o forse di più).
Dopo la morte di mio padre, (avevo 10 anni), mi sono allontanato dall’arte e ho scelto il mestiere di cuoco.
Sono arrivato in Italia per lavorare come sushi-chef 13 anni fa.

Da dove nasce la tua arte…

Vedendo tante opere d’arte di importanza mondiale ho scoperto, in me, la passione per l’arte.
Volevo realizzare un’opera che unisse bellezza e filosofia di Italia e Giappone. Grazie alla mia vita in Italia, ho acquisito pian piano la cultura italiana. Ora direi che sono ibrido, un “italogiapponese” hahaha
E’ tramite le mie opere, che vorrei farvi conoscere, quasi come uno scambio, la bellezza e lo spirito del Giappone.

Che tecnica usi?
Ho iniziato a produrre opere d’arte usando Coding, Glitch, Modellazione 3d, quando studiavo all’accademia di belle arti, al corso di nuove tecnologie di arte. Negli ultimi anni mi sto concentrando anche sulla tecnica degli “origami”. Per i prossimi progetti, invece, sono previste anche scultura e serigrafia.

Cosa vuole fare Hiro da grande e qual è il sogno?
Voglio cambiare questo mondo! così è un po’ esagerato? Vorrei contribuire a cambiare questo mondo pieno di egoismo, consumismo, materialismo.
Vorrei trovare una base, che diventi un luogo di unione e condivisione, per scambiarsi idee, appunto, per migliorare questo mondo tramite l’arte, la musica e il cibo…degli “eco art villages”.
Immagino una casa di pietra antica affianco a una tipica casa di legno giapponese (si può smontare e si può portare qui!), con un orto naturale (viene da un’idea giapponese).

Parlaci delle tue opere

Serie: Colour of…
Noi essere umani moderni siamo attaccati (ossessionati) alla forma (materia) e non guardiamo l’essenziale. La materia non ha colori. I colori che vediamo sono la reazione del nervo cerebrale alle varie frequenze di riflessione di luce solare emanata dalla materia.

Serie: Dimension
Tecnica: Origami, Carta amalfitana
E’ il mio primo progetto pubblicato, realizzato manualmente e usando l’unica carta italiana artigianale. E’ ispirato al “mito della caverna” di Platone.
Se guardiamo tutti la stessa cosa, la pensiamo in modo diverso… che sia bene o male, bella o brutta, ecc… 
E come al solito, viviamo e guardiamo il mondo modo dalla dimensione dal “basso”. 
Se potessimo vivere e guardare da una dimensione “alta”, questo mondo sarebbe migliore.
Noi giapponesi ogni tanto facciamo un mazzo di mille origami di gru per pregare per il bene e la salute degli altri, oppure perchè desideriamo la pace di mondo.
Io prego e desidero un mondo migliore mentre piego questa opera.

 

Grazie Hiro! 


Ti racconto una favola... con l'arte di Elisa Scascitelli

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Mi sono subito innamorata delle opere di Elisa Scascitelli per i  mondi poetici, onirici, surreali, in cui trascinano, immaginati, composti e creati con sensibilità e delicatezza. Un trasporto in una realtà che evapora, lasciando la narrazione a una favola gentile, sussurrata come una ninna nanna. I soggetti sono femminili: donne che abitano, malinconiche, leggiadre come libellule e delicate come fiori, questi racconti. Sogno e natura si fondono in una perfetta simbiosi.

Un’artista completa, che non si serve solo della fotografia, ma anche del disegno, della scultura, della prosa.

Elisa vive in provincia di Roma, immersa nella natura, natura che le fa da musa e da cui parte la sua incantevole ricerca. Le ho posto alcune domande per conoscere meglio il suo lavoro.

Non ama definire la sua arte, perchè come afferma: “Definire è limitare”.
Ricerca, Fantasia, Immaginazione,Trasformazione, sono i concetti base della sua ricerca.
A quale opera sei particolarmente legata?
“Reality” è una delle opere a cui sono più legata, ogni volta che mi soffermo a guardarla ho la conferma di quanto il mondo in verità sia una totale limitazione, ho bisogno di credere che non è tutto qui.
Un/a fotografo/a che ammiri
Ammiro molto le capacità narrative/comunicative/visive di “Laura Makabresku” (nome d’arte). Le sue opere riescono ad oltrepassare barriere inaccessibili e invisibili dell’animo umano, dire toccanti e profonde sarebbe anch’essa una restrizione, è tutto quello che non può essere detto.
La tua fiaba nel cassetto
Posso affermare che le mie fiabe nel cassetto sono segregate in un vecchio scrittoio inglese, abbandonato in un’ala di un antico castello, e serviranno diverse chiavi introvabili per riaprirlo, ben presto le fiabe trasmuteranno in questa realtà.
A quale progetto stai lavorando attualmente?
Da un po’ di tempo a questa parte, ho iniziato un progetto che ho chiamato “Unitum Invisibilia” – il Mondo Invisibile; è una “Fiaba Primordiale” il protagonista deve superare una serie di prove in se stesso, si tratta di un castello interiore nascosto. E’ un progetto complesso, che fa da archetipo a una serie di disegni, prose e fotografie su un processo d’iniziazione.
Dai un consiglio a chi vuole intraprendere un percorso nella fotografia…
Chi vuole intraprendere un percorso fotografico può trovare svariati consigli su internet, attraverso corsi e riviste specializzate, o tramite altri fotografi.
Io non mi sono mai sentita fotografa, e a dir la verità non mi è mai piaciuta la categorizzazione, è solo una questione “formale/sociale/lavorativa” la gente ha bisogno di tassellare ogni maledetta cosa, altrimenti impazzisce – la fotografia è uno dei tanti mezzi per esprimere concetti, e non è il solo che utilizzo, difatti disegno, realizzo sculture, scrivo prose, immagino, creo.
L’unico consiglio che posso dare è:
Sii quello che sei, non quello che gli altri vorrebbero che tu fossi. Non limitare la realtà che è già tanto limitata, fa che la verità sia la tua unica necessità, la tua ricerca, sopra ogni cosa.
Il poeta gallese Dylan Thomas in una sua citazione dice ” Mi ci vogliono dieci paradossi | per ricomporre in me una verità“.

Grazie tante Elisa!

 

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I collages eleganti e femminili di Nicola Kloosterman

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Nicola Kloosterman, (Johannesburg1976), lavora col collage, ritagliando vecchi giornali, tessuti e foto vintage. Affronta il tema dell’invisibilità della donna alla quale sceglie di affiancare elementi naturali, paesaggi e composizioni di fiori (le ultime ispirate al concetto giapponese di ikebana). Taglia e scompone il soggetto legandolo ai concetti di fragilità e di bellezza. Rimonta i pezzi ricollocando il punto focale, trovando nuovi equilibri, spostando l’asse, il fulcro, dando così vita a nuovi racconti, mai svelati del tutto, dall’estetica elegante e raffinata.


La natura minimale e poetica nello sguardo di Arha

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Aver scoperto il fotografo giapponese Arha, nella giungla del web, è stato come ricevere una carezza. Dopo aver letto la sua biografia, poi, non potevo che innamorarmi di lui. Su M’arte non poteva mancare.

arha = ah. When we moved, when we feel, when reminded something. We mutter ‘ah’

La delicatezza del suo sguardo si esprime in una fotografia minimale, monocroma, quasi trasparente. Una natura fragile, una composizione che come un haiku narra, in forma di poesia, l’essenziale. Mi regala quell’emozione delicata che quando mi attraversa mi fa esclamare: “Ah! esiste, eccola”, proprio come il suo nome ce lo(la) ricorda. ‘Ah’.

Grazie Arha per questa gentile tua arte!

site web: arha.jp


La carnalità (s)travolgente nelle “Symbiosis” di RiK Garret

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Le fotografie di Rik Garret trasmettono una forza primordiale, travolgente e stravolgente, magnetica, tale che mi hanno provocato quasi un colpo al cuore. Due corpi, che tramite l’applicazione del colore acrilico direttamente sulla fotografia, divengono corpo unico. Dalla materia del colore, alla materia della natura umana. L’istinto primordiale dell’amore, della passione smodata, senza limiti. Una carnalità che basta a scuotere gli animi. La simbiosi perfetta, e non importa che sia generata dall’amore o dall’atto sessuale, perchè la forza è tale da renderla emozione unica. I corpi appaiono quasi chiusi nella loro intimità, i visi spariti avvolti nella loro sfera privata. Prevale la carne, la materia, …è quasi un toccarsi l’anima.


L’alchimista di foto vintage

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Non sbaglia un taglio l’artista giapponese Kensuke Koike, che sugli interventi al cuore la sa lunga, preciso e geniale chirurgo della carta.
Scienza e alchimia, creatività e precisione tecnica, esplodono nella sua opera di destrutturazione della sacralità della fotografia di ritratto. Vecchie foto recuperate ai mercatini o riesumate dalle scatole in soffitta, “operate” al cuore, per rinascere.
Un mago che fa sparire un “pezzo di foto”, con la tecnica del collage, per farlo ricomparire in una nuova forma, posizione, natura. La vecchia foto diviene contemporanea e ha tutta un’altra storia da raccontare. L’alchimista, che sa bene trasformare il metallo in oro.
Il collage è il vecchio mezzo che “giustifica” il raggiungimento di un fine contemporaneo, nobile e prezioso.


La metafisica sensuale ed elegante nella fotografia di Jonas Bjerre-Poulsen

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L’architetto, art director e fotografo danese Jonas Bjerre-Poulsen la sa lunga sulla composizione dell’immagine e sull’estetica visiva. La sua fotografia è elegante, minimale, sensuale. Un b/n audace e affascinante, una metafisica sospesa tra poesia e realtà. Una ricerca sottile, tra gli oggetti quotidiani, la natura, l’ambiente che si vive, di significati metaforici, per astrarre l’oggetto/soggetto dalla realtà, così come egli stesso afferma:

“A sphere is a timelessshape, it appeals to people regardless of cultural preferences”

Composizioni perfette costruite sapientemente con le regole dell’architettura qui applicata all’immagine. Un lavoro ineccepibile, un’eleganza morbida, una riflessione sulle forme che le rende racconto, fatto di poche linee in perfetto equilibrio, e per questo potente, un racconto che è sintesi perfetta dell’anima.